Arrivano i buoni

Quest’articolo di Edmondo Berselli su la Repubblica mi fa venire in mente la canzone di Edoardo Bennato dallo stesso titolo. Il senso era questo: arrivano i buoni. Tranquillizzatevi, affidatevi a noi, adesso noi mettiamo a posto tutto. D’ora in poi i cattivi avranno vita dura. Aiutaci anche tu a smascherarli perché sono vicino a te e tramano nell’ombra. E così, sfruttando qualche episodio di cronaca nera, basta seminare un po’ di paura, dei delinquenti, dei clandestini, di poteri forti non meglio identificati, insomma di un nemico infido che può colpirti alle spalle, per consolidare il proprio potere. Niente di nuovo sotto il sole. Lo facevano i regimi totalitari: i nazisti con gli ebrei, Stalin con le quinte colonne in agguato. Eppure questo trucchetto della guerra ai fantasmi funziona ancora, si vede che c’è sempre molta gente che non vuole guardare oltre il proprio naso e lo sforzo di ricordare non vuole proprio farlo. Gli esponenti più saggi della stessa destra però, dovrebbero capire che questo modo di agire, soffoca alla base ogni confronto serio di idee, sostituendolo con la diffidenza, il rancore e la disumanizzazione della politica.
 
 
LUNEDÌ, 21 SETTEMBRE 2009
 
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L´analisi
 
I nemici immaginari del governo descamisado
 
 
 
 
EDMONDO BERSELLI

L´exploit cortinese di Renato Brunetta non è una stravaganza, e nemmeno una semplice provocazione. È il segnale di un fenomeno politico naturale per una destra senza codici, "l´insurrezione del potere", che è lo strumento e il destino dei movimenti che si appellano al popolo, mobilitandolo contro altri poteri, indicati come eversivi rispetto alla volontà popolare.
Certo, fa impressione un ministro descamisado che demonizza le élite e le opposizioni, le sinistre, «i miei compagni», con un´acredine particolare per quei settori di establishment che a suo dire manovrano nell´ombra per sostituire il governo, e comunque per alterare dall´alto i risultati ottenuti dal basso attraverso le elezioni.
Si potrebbe liquidare quella di Brunetta come un´imitazione "postpolitica" del giustizialismo latinoamericano, impersonato storicamente dalla figura di Perón. Addensamenti "nuovi" e spregiudicati di potere politico chiamano a raccolta il popolo contro altri poteri, in particolare quelli tradizionali: la chiesa, le banche, le rappresentanze imprenditoriali, le università, i partiti, i ceti "conservatori". Tutto molto semplice da capire e già visto se non ci fossero alcuni elementi da tenere in considerazione.
In primo luogo, l´attacco contro le élite viene condotto da una forza politica che ha per capo l´uomo più ricco e più potente d´Italia, il monopolista per eccellenza, il magnate che ha munto le concessioni pubbliche per appropriarsi di una parte del sistema televisivo e che ha usato la politica per controllare l´altra metà.
Subito dopo va segnalato che le suddette élite appaiono del tutto prone rispetto al potere in carica. Non si è mai visto un consenso silenzioso come quello che si manifesta oggi verso il governo Berlusconi. Nel biennio di Prodi, 2006-2008, ai vantaggi messi in cassa con il taglio del cuneo fiscale la Confindustria rispondeva a ceffoni; con l´attuale assetto di potere è tutto un minuetto nonostante una politica economica, durante la recessione, che si dovrebbe giudicare evasiva, se non deludente.
Tutti i centri di interesse e di cultura sono prudentissimi rispetto a un potere, quello di Berlusconi, che interviene con una pesantezza mai vista sul sistema dell´informazione e sulle sue articolazioni economiche, compresa la destinazione di risorse alla pubblicità. Anche la gerarchia ecclesiastica e vaticana si esprime con una infinita prudenza verso i comportamenti pubblici e privati del premier, nonostante l´insofferenza che si manifesta nella base cattolica verso la prostituzione di regime e la violenza brutale dell´attacco all´indirizzo di Avvenire e del suo (ex) direttore Dino Boffo.
Il fatto è che l´"insurrezione del potere" non è una trovata di questo o quel ministro. Ciò che Brunetta porta all´estremo, Tremonti lo teorizza e Berlusconi lo pratica. Tutto questo non fa una cultura ma prospetta un atteggiamento verso la società. Una destra anomala rispetto alla tradizione europea si rivolge agli istinti presenti nella comunità e cerca di coinvolgerli contro i "nemici", cioè chiunque non accetti di sostenere la politica del capo carismatico.
Fu Giuliano Amato, anni fa, a sostenere che la destra non ha «una cultura di mercato» bensì solo «istinti di mercato». Più lontano nel tempo, per spiegare il consenso di cui godeva il regime fascista, individuò la categoria della «plebe borghese», cioè quegli strati sociali anarcoidi, insofferenti di qualsiasi governo e mobilitabili da qualsiasi potere, disposti a farsi massa di manovra quando in politica si affacciano un individuo e un movimento che si proclamano "contro". Contro tutti, contro i ceti tradizionali, contro le culture tradizionali, contro i codici comunemente accettati.
Sotto questo aspetto è di prim´ordine la capacità del Pdl di evocare i nemici, veri ma soprattutto immaginari. I comunisti di Berlusconi, gli economisti di Tremonti, la sinistra deviata di Brunetta, i clandestini di Umberto Bossi: l´elenco potrebbe proseguire all´infinito, con tutta la scia di rancori che si sono raggrumati a destra. Ma sono sufficienti i "nemici" appena indicati per capire la concezione di fondo che regge anche l´informazione della destra e il suo metodo, con le campagne ad personam, e l´idea che si attaccano non tanto le idee, non sempre le culture, ma soprattutto gli uomini, gli avversari designati: i portatori, come dice Brunetta, di rendite economiche, politiche, «editoriali» (e chi vuol capire capisca, soprattutto dalle parti del gruppo Espresso).
Il problema è che in questo modo si afferma la visione di una democrazia stressata e depauperata, in cui ciò che conta è soltanto il consenso ottenuto per via elettorale. Secondo i classici della politologia, questo è il populismo nella sua essenza. Al cui fondo c´è una politica che deve sempre procedere per strappi, per scarti rispetto alle attese e alla norma, in modo da sollecitare strumentalmente il conflitto contro poteri amorfi ed élite inerti, e in modo da chiedere un´ondata di consenso popolare per politiche ogni volta eccezionali, straordinarie, emergenziali.
Serve a poco deprecare il degrado della democrazia. Converrebbe uno sforzo anche cognitivo da parte delle opposizioni, a cominciare dal Pd. Il "modello Brunetta" propone una democrazia conflittuale, per giungere a una situazione plebiscitaria. I buoni, cioè chi coopera, contro i cattivi, che si rifiutano di collaborare. Questa visione manichea può essere il futuro dell´Italia. Ma non è una condizione europea. Con un principio di sudamericanizzazione, contiene l´idea di un giudizio di Dio quotidiano, il verdetto di condanna che ogni giorno sanziona i nemici. È il peronismo di casa nostra, con sessant´anni di ritardo sull´originale. E verrebbe naturale intonare il canto di Evita: «Don´t cry for me». Oppure, meglio: piangi per noi, Italia
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