Pillola abortiva: rischio ricoveri coatti

Ecco lo scotto che i bigotti vogliono far pagare alle donne: test psicologici, ricovero obbligatorio, manco fossero delle minorate psichiche. E non si preoccupano nemmeno dell’aggravio dei costi che questa loro fissazione induce.
Da La Repubblica
DOMENICA, 02 AGOSTO 2009
 
Pagina 10 – Cronaca
 
L´offensiva della Cei
 
Gli ospedali all´attacco sulla pillola abortiva "Niente ricoveri coatti"
 
 
 
Roccella: pazienti in degenza per tre giorni. Bagnasco: è una crepa nella nostra civiltà
 
MICHELE BOCCI

ROMA – Tre giorni in ospedale, dall´assunzione della Ru486 alla conclusione dell´aborto. Li chiede l´Aifa, specificando di intendere il ricovero come obbligatorio. «Ma noi non possiamo costringere nessuno a restare in corsia», avverte il direttore generale dell´Umberto I di Roma, Ubaldo Montaguti, che si trova di fronte un problema pratico non da poco. «Queste decisioni, anche sofferte a causa di scontri politici e ideologici, hanno ricadute importanti sul nostro lavoro. Dobbiamo organizzarci per la novità. E non sarà facile», spiega.
A due giorni dalla decisione di registrare la pillola abortiva, definita dal presidente della Cei, il cardinal Angelo Bagnasco, «una crepa nella nostra civiltà», la questione della permanenza in ospedale della donna diventa centrale. Secondo il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, tra i più accaniti nemici del farmaco, il ricovero deve durare 3 giorni: «Del resto lo ha previsto anche l´Aifa. Sarà fondamentale il consenso informato della donna per avviare la procedura».
I Paesi che usano la Ru486, confermano dall´Agenzia per il farmaco, prevedono il solo day hospital. La donna prende la pillola e va a casa. «Abbiamo deciso regole più restrittive, e prevediamo anche test psicologici prima della somministrazione, come la Francia», spiega il direttore generale Aifa, Guido Rasi. In molte Asl italiane si sta già lavorando per assicurare il servizio. La donna che fa l´aborto chirurgico resta in ospedale mezza giornata, chi lo sceglierà farmacologico dovrà rimanerci 72 ore, o comunque fino all´espulsione. «Ci sono più problemi da affrontare – dice ancora Montaguti – In Italia non mancano i posti letto ma nelle ginecologie vengono spesso trattati casi acuti. Che succede se il reparto è pieno perché negli ultimi giorni sono stati operati dei tumori e si presentano cinque donne per la Ru486? Andrebbero pensate piccole unità operative solo per la pillola abortiva, anche nel rispetto della privacy necessaria per l´interruzione volontaria della gravidanza. Ma ci vogliono risorse. E quei repartini potrebbero rimanere vuoti, visto che la donna non può essere obbligata a restare dopo la somministrazione. I ricoveri coatti sono previsti solo nel trattamento sanitario obbligatorio, di solito per problemi psichiatrici». Il farmacologo Silvio Garattini concorda sull´impossibilità di costringere a restare in reparto, mentre Mario Riccio, il medico che ebbe in cura Piergiorgio Welby, definisce "regime carcerario" il ricovero obbligatorio. «Quasi tutte le nostre pazienti, dopo aver preso la Ru486 hanno firmato per andare a casa e sono tornate dopo l´espulsione», dice Massimo Srebot, che a Pontedera somministra il farmaco dal 2005.
In Italia si fanno circa 120mila aborti all´anno, si calcola che il 10% potrebbero essere praticati con la Ru486 entro la settima settimana, cioè 12mila. «È ovvio che l´attività ospedaliera avrà un appesantimento – dice Tiziano Carradori, che dirige l´Asl di Ravenna – Riguardo al ricovero ospedaliero, credo che spetti anche alle Regioni decidere se prevederlo o meno». Il singolo aborto farmacologico costerà quanto quello chirurgico. Per l´intervento di interruzione di gravidanza il sistema sanitario spende circa 1.200 euro. Il prezzo della pillola è decisamente inferiore, circa 40 euro una confezione da tre, ma bisogna aggiungere i tre giorni in reparto, che costano circa 1.200 euro, appunto. Giorgio Vittori, presidente della Sigo, società italiana di ginecologia conferma: «La Ru486 è uno strumento in più ma ugualmente costoso». Ciò che comporterà un maggiore esborso di denaro sarà riorganizzare i reparti perché abbiano un numero di posti adatto a rispondere alle richieste. Più letti significano più personale, e in certi casi anche nuove strutture.
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