I dialetti, un patrimonio dasalvaguardare, non da usare per arroccamenti ottusi e razzisti

Questa volta do volentieri la parola a Gianantonio Stella, bravo e simpatico giornalista, ma soprattutto un nordestino d’OC. Lo si avverte dalla sua cadenza inconfondibilmente veneta. Ma piace soprattutto il suo spirito arguto, il suo stile incisivo che va per le spicce ma coglie nel segno. Un esempio: "[…] Come è un peccato che un problema legittimamente posto nel consiglio provinciale di Vicenza, quello delle graduatorie nei concorsi pubblici che al Nord hanno regole più rigide e al Sud più elastiche, venga tradotto in un attacco a tutti i docenti meridionali venato di vecchi rigurgiti razzisti che sembravano (sembravano) accantonati", che, detto da lui, chiude la questione.
Non c’è bisogno delle sparate di certi personaggi per sapere che i dialetti sono legati alla nostra emotività più autentica, che fior di letterati ne hanno fatto il loro ornamento. Ma soprattutto, Stella ci dice: "La scuola, come sa chi raggela davanti a certe classifiche internazionali che vedono il nostro Paese in drammatico ritardo (con la luminosa eccezione di alcune regioni settentrionali piene zeppe, a sentire il Carroccio, di docenti «terroni »), non ha bisogno di maestri e professori che sappiano recitare […], ma di maestri e professori che conoscano e sappiano insegnare al meglio la matematica, la fisica, l’inglese, la storia, l’italiano…". Centro secco. Ugualmente mi è caro che Stella faccia cenno al Risorgimento. Non sono legato a uno storicismo deterministico ma, senza scomodare la retorica patriottarda mi chiedo: è possibile che personaggi illustri di caratura europea come Mazzini, abbiano speso tutta la loro vita perché l’Italia divenisse una nazione unita fra le altre per finire poi col ridurci a un localismo gretto, senza ideali?
Da IlCorriere della sera 
 

SPARATE E BATTAGLIE GIUSTE

di GIAN ANTONIO STELLA

«Non pubblicare articoli, poesie o titoli in dialetto», diceva una delle direttive ai giornali emanate nel 1931 da Gaetano Polverelli, capo ufficio stampa di Mussolini: «L’incoraggiamento alla letteratura dialettale è in contrasto con le direttive spirituali e politiche del Regime, rigidamente unitarie. Il regionalismo, e i dialetti che ne costituiscono la principale espressione, sono residui dei secoli di divisione e servitù».

Un ordine insensato. Uno spreco di ricchezze.

Che Luigi Meneghello, autore di libri straordinari e stralunate filastrocche («potacio batòcio spuacio pastròcio / balòco sgnaròco sogato pèocio») avrebbe potuto disintegrare spiegando dall’alto della sua cattedra all’università di Reading che non solo «chi è padrone del proprio dialetto poi impara meglio l’italiano, l’inglese e pure il tedesco» ma che «’l’uccellino’ italiano, con tutto il suo lustro, ha l’occhietto vitreo di un aggeggino di smalto mentre l’’ oseléto’ veneto che annuncia la primavera ha una qualità che all’altro manca: è vivo».

Vale per il dialetto veneto e il siciliano, il sardo e il piemontese. Tutti. Come dice Ferdinando Camon, lui pure devoto alla lingua davvero materna, i «putei» e i «picciriddi», i «pizzinnu» e i «cit» non sono solo «bambini».

Ma qualcosa di più. Per questo è un peccato che una battaglia giusta, quella del recupero anche a scuola delle lingue locali usate da Verga e Pavese, Gadda e Fenoglio oggi stravolte da un impasto di tele- italiano «grandefratellesco», venga svilita in una sparata strumentale buttata lì dai leghisti, con accenti pesantemente anti-unitari, per ragioni di bottega.

Come è un peccato che un problema legittimamente posto nel consiglio provinciale di Vicenza, quello delle graduatorie nei concorsi pubblici che al Nord hanno regole più rigide e al Sud più elastiche, venga tradotto in un attacco a tutti i docenti meridionali venato di vecchi rigurgiti razzisti che sembravano (sembravano) accantonati.

La scuola, come sa chi raggela davanti a certe classifiche internazionali che vedono il nostro Paese in drammatico ritardo (con la luminosa eccezione di alcune regioni settentrionali piene zeppe, a sentire il Carroccio, di docenti «terroni »), non ha bisogno di maestri e professori che sappiano recitare «sic sac de hoc sec iè car ac a cà» (sottotitolo per i non bergamaschi: cinque sacchi di legna secca costano care ovunque) ma di maestri e professori che conoscano e sappiano insegnare al meglio la matematica, la fisica, l’inglese, la storia, l’italiano…

Ha bisogno, insomma, di un salto di qualità.
Che recuperando un forte e comune sentire intorno all’idea della Patria, dell’Unità, del Risorgimento possa permetterci di ricucire senza derive campanilistiche con le nostre lingue di ieri che per Giacomo Leopardi erano le più vicine «all’espressione diretta del cuore».

E chissà che questa nuova scuola, italiana ma rispettosa dei dialetti, consenta ai deputati e ai senatori di domani di essere un po’ più preparati di quelli di oggi, visto che ai microfoni delle Jene sono arrivati a collocare Guantanamo in Iraq e a definire il Darfur «un sistema di mangiare veloce», i baschi dell’Eta «un movimento irlandese» e Caino «figlio di Isacco». Per non dire della scoperta dell’America (oscillante tra il 1640 e il 1892) e altre amenità che ogni maestra da Sondrio a Crotone, inorridita, avrebbe segnato con la matita blu.

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