Verità finte e bugie vere

Se ho deciso di pubblicare questo articolo non è per ribadire ancora una volta il comportamento irriguardoso e immorale di Berlusconi, tema ormai trito, non foss’altro perché la persona che lo incarna è sempre lì, ma per la incondizionata ammirazione che ho per Oscar Luigi Scalfaro. "Ma è cattolico",  qualcuno dirà. Sì, è cattolico, ed era anche democristiano. Ma è di una coerenza e di un rigore morale sconosciuto perfino a molti altri dell’opposizione. Per questo Berlusconi non lo poteva soffrire: da presidente non si prestava volentieri alle sue manovre e ai suoi capricci in oltraggio alle regole istituzionali. Ma soprattutto ha un rispetto assoluto per le posizioni altrui e, raro per un cattolico, è un convinto difensore della laicità della nostra Repubblica.
Da Repubblica
 
MERCOLEDÌ, 15 LUGLIO 2009
 
Pagina 1 – Prima Pagina
 
Parla Oscar Luigi Scalfaro
 
VERITÀ FINTE E BUGIE VERE
 
 
 
 
EDMONDO BERSELLI

Chiedere a Silvio Berlusconi di recarsi in Parlamento e riferire sulle vicende che lo coinvolgono sul piano privato e politico, morale e giudiziario, significa toccare il punto cruciale in cui per il premier verità e menzogna si incrociano. La verità è di una semplicità palmare e il capo del governo l´ha esposta in modo spettacolare al G8, chiedendo e ricevendo una copertura mediatica capillare. Per giorni le tv nazionali sono state invase dall´immagine del premier «statista», dell´ «anfitrione» perfetto, dell´uomo stilisticamente a proprio agio con i leader mondiali. Sorridente, psicologicamente sotto controllo, addirittura misurato negli atteggiamenti, Berlusconi è riuscito a nascondere, con un volteggio e un gioco di prestigio, l´altra parte, quella oscura, the dark side, che ne investe integralmente la personalità e il ruolo politico. Se la verità del capo del governo è chiara, ed è stata esposta con il riuscito show dell´Aquila, resta in gioco quest´altra parte, quella della menzogna. Una parte tutta da approfondire, che presenta implicazioni politiche, e più ancora istituzionali, di eccezionale rilevanza pubblica.
Il fatto è questo: quasi travolto da una storiaccia di sesso privato, sullo sfondo di «torte», escort, notti brave, il capo del governo non ha voluto accorgersi che l´aspetto privato (e famigliare) della vicenda era diventato clamorosamente pubblico; che aveva coinvolto luoghi e sedi istituzionali; infine che aveva assunto una essenziale dimensione politica.
Di fronte a questo intreccio di fattori, Berlusconi ha reagito alla sua maniera: vale a dire con una combinazione di bugie unite alla convinzione di poter manipolare la realtà a uso e consumo delle masse televisive. Prima la strategia del silenzio, fondata sull´idea che «se non se ne parla, il caso non esiste», poi il vittimismo sacrificale, la denuncia di piani eversivi contro l´Eletto, l´attacco premoderno alla stampa «nemica», gli inviti agli imprenditori a negare risorse pubblicitarie ai sabotatori e ai complottisti. I depistaggi di Berlusconi sono infiniti, così come sono innumerevoli quelli dei suoi collaboratori e avvocati, a cominciare dal deputato e avvocato Niccolò Ghedini, l´inventore non proprio fortunato dell´innocenza «a prescindere» del premier in quanto «mero utilizzatore finale» di servizi sessuali a pagamento.
Tuttavia nessun depistaggio politico e mediatico può togliere di mezzo alcuni elementi di fatto. Cioè alcune verità che non sono quelle del premier. In primo luogo c´è il giudizio dell´establishment: per quanto cinico e corrivo, conformista e volutamente miope sia apparso l´atteggiamento delle élite italiane, sarebbe difficile sostenere che i maggiori gruppi di potere abbiano apprezzato la spregiudicatezza anche estetica dell´intrattenimento berlusconiano, e la rivendicazione di uno stile di vita in cui ogni eccezione alla morale convenzionale è lecita e legittimata da una funzione politica concepita in modo feudale.
Si aggiunga poi il punto di vista dell´élite più solidale e compatta che esista in Italia, vale a dire la Chiesa cattolica. Un punto di vista prima diplomaticamente dissimulato, e poi invece sempre più esplicito, fondato ad esempio sulla condanna del «libertinaggio» da parte della Cei, che sembra aprire ufficialmente una questione di credibilità fra la gerarchia e il berlusconismo.
Anche in questo caso Berlusconi ha tentato un recupero cercando un incontro al vertice in Vaticano, con l´idea di scambiare la propria attuale impresentabilità in quanto leader che si ispira al cattolicesimo con grandi concessioni sul testamento biologico e altre materie di interesse ecclesiastico (vedi i finanziamenti alla scuola privata).
Questa strategia, con la ricerca affannosa di un «vertice» fra Berlusconi e Ratzinger, non sembra sposarsi facilmente con la tradizionale prudenza politica della Chiesa. Il popolo di Dio è rimasto gravemente sconcertato dai fasti della prostituzione di regime; nonostante i sondaggi esibiti dal premier, la sua caduta di affidabilità in diversi settori della base cattolica appare indubitabile.
Con questo si torna inevitabilmente all´intreccio di verità e menzogna che si è stretto intorno al Sultano. Sciogliere questo intreccio con metodi istituzionali, ossia entrare in un´aula parlamentare e assumersi, argomentandola, una piena responsabilità istituzionale, non rientra nello stile berlusconiano. Lo fece Bettino Craxi, con lo storico discorso del 29 aprile 1993, «tutti colpevoli nessun colpevole», invitando il Parlamento a scagliare la prima pietra e trovando soltanto un silenzio imbarazzato e complice.
Ma Craxi, a suo modo, era un leader classico. Berlusconi è uno showman post-democratico. Davanti a un meccanismo istituzionale che potrebbe rivolgergli domande, chiedergli spiegazioni, invitarlo a uscire dal lato oscuro del suo potere e del suo agire, si vede tutta la sua solitudine culturale, si avverte la convinzione di essere sciolto dalle leggi, il sentirsi padrone di apparati che è abituato a governare a suo arbitrio. E di considerarsi infine al di sopra di ogni giudizio.
Per questo il premier non ce la fa a uscire dal pasticcio di verità finte e menzogne vere in cui si è cacciato. Non può accettare che un´aula «sorda e grigia» metta in discussione il suo ruolo e il suo potere. Può forzare ogni giorno la situazione, reclamando la propria totale estraneità al verdetto delle istituzioni e delle controparti politiche.
Non si tratta soltanto di populismo. È la convinzione che la norma può essere fabbricata ex novo dal leader, che la menzogna è un elegante giro di valzer dentro l´alone di notti dorate, e che la verità è tutt´al più uno slogan pubblicitario: che alla fine convincerà senza troppa fatica tutti coloro che accetteranno di farsi convincere.
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