Se la Chiesa scopre i confessionali vuoti

Con questo stesso titolo esordisce su La Repubblica in prima pagina un servizio sulla diserzione dei confessionali da parte della maggioranza dei cattolici che poi prosegue nella sezione cronaca con un articolo di Jenner Meletti ed un’intervista di Orazio larocca. Il primo è quello che mi sembra più degno di nota. Ovviamente per gli atei come lo scrivente è una buona notizia. Prima di riportare tutti i responsi dei vari medici al capezzale di questo sacramento gravemente ammalato, un po’ noiosetti in realtà, voglio citare una frase del sociologo Pierpaolo Donati contenuta nell’articolo perché mi sembra emblematica di un certo modo di pensare: «Si può imparare da soli ad usare un computer, ma è impossibile diventare guida spirituale di se stessi».
È il classico concetto deresponsabilizzante che considera l’individuo in un perenne stato di minorità. Sempre indifeso, senza determinazione, senza una propria coscienza morale: l’unico che gliela può fornire è Dio, o meglio, i suoi propalatori, perché a parte i deliri di qualche visionario, Dio non si è mai visto agire di persona. Ma che ne è stato di quanti, a parte quei pochi che si sono dati ad opere di bene, hanno seguito questa illuminazione? Si sono risparmiate guerre di religione, caccia alle streghe, stermini? No. E dire che il medioevo è stata una delle epoche più religiose e la Bibbia e il Vangelo si citavano a menadito. Non è una questione di ipocrisia o di un inestinguibile tendenza al peccato come sono pronti a sostenere i cattolici, ma è una tendenza di tutte le religioni monoteistiche all’intolleranza e alla sopraffazione. Ma ecco l’articolo.
 
VENERDÌ, 19 GIUGNO 2009
 
Pagina 42 – Cronaca
 
 
 
Il 58% dei cattolici praticanti si confessa una volta all´anno. Il 30% non lo fa mai. Ecco perché Papa Ratzinger ha rivolto un appello ai sacerdoti. Chiamati a ridare senso a un sacramento che appare sempre meno necessario. Secondo gli esperti è cambiato il rapporto con il peccato. Ma anche quello con il prete, "mediatore" non più indispensabile. Tanto che ora il rischio, per la Chiesa, è una deriva verso il misticismo
"Quello è l´unico luogo dove puoi raccontare tutto te stesso senza paura"
"I giovani non vengono quasi mai, quelli sotto i 40 anni sono mosche bianche"
"Il rifiuto della mediazione del sacerdote porta all´isolamento dell´individuo"
"La cultura sacerdotale dei preti non è adeguata al nostro tempo"
DAL NOSTRO INVIATO

jenner meletti

Papa Ratzinger ricorda il Santo Curato d´Ars, capace di aspettare i fedeli in confessionale per 16 ore al giorno. Il padre confessore Enzo Redolfi ha ancora una piccola speranza. «C´è qualcuno che arriva non solo per presentare la lista dei peccati come fosse quella della spesa e chiedere il conto finale. C´è ancora chi cerca una guida spirituale e dopo la confessione si ferma a chiedere consigli. Del resto, il confessionale è l´unico luogo dove puoi raccontare tutto te stesso senza paura che altre persone possano conoscere i tuoi segreti. I pochi che cercano questa confidenza spirituale aprono davvero la loro anima e parlano di tutto. Ci sono le mogli che chiedono come possano riconquistare il marito, ci sono impiegati che vogliano sapere se, di fronte a certi comportamenti del datore di lavoro, debbano tacere o reagire. C´è anche chi viene a chiedere consigli sui candidati da votare. Ho ascoltato l´esortazione del Papa, quando ha detto che i confessionali sono vuoti da tutti e due i lati e che la diserzione dei fedeli a volte è preceduta dalla diserzione dei sacerdoti. È vero, non è facile essere un buon confessore. La saggezza umana e sacerdotale è fondamentale e per guidare gli altri al bene bisogna prima di tutto impegnarsi in una vita di santità».
L´abbandono del confessionale è confermato dal sociologo Pierpaolo Donati (fu allievo di Achille Ardigò), professore nell´ateneo bolognese e membro della Pontificia accademia di scienze sociali. «C´è una forte attenuazione, se non la scomparsa, del senso del peccato, soprattutto in quella che viene ritenuta la sfera privata che riguarda affetti, erotismo, sesso. Soprattutto i giovani pensano sia più grave non pagare le tasse, parcheggiare male, guidare ubriachi… insomma fare cose che possano danneggiare gli altri. Nella sfera intima, invece, ognuno si giudica da sé. C´è un´altra causa di questo disincanto, disaffezione o abbandono nei confronti della confessione. È venuta meno, anche nel mondo cattolico, la necessità della mediazione della Chiesa nel percorso di salvezza personale. Perdita di senso del peccato e assenza di mediazione sono tipici del mondo protestante e investono ormai da anni il mondo cattolico. Ma l´esperienza protestante ha portato conseguenze pesanti. In Scandinavia, poi in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi il rifiuto della mediazione del sacerdote nella relazione con il soprannaturale ha portato all´isolamento dell´individuo e a un senso di solitudine. E l´abbandono della confessione ha preceduto l´abbandono della pratica religiosa. Noi il primo passo lo stiamo già compiendo. Senza una svolta, ci sarà presto un forte abbandono di tutta la pratica religiosa».
«Ha fatto bene il Papa – dice il professore di sociologia dei processi culturali e comunicativi – a parlare di confessionali vuoti da tutte e due le parti. I preti dovrebbero credere di più nella confessione. Ma la loro cultura sacerdotale non è adeguata al nostro tempo. Tanti ascoltano l´elenco di mancanze è omissioni riguardo ai comandamenti e alle norme ma non comprendono che la confessione – come diceva San Giovanni Maria Vianney, il curato d´Ars – è la medicina spirituale dell´anima. E fanno confusione fra anima e sistema psichico, anche a causa di una formazione che è astratta, teorica, libresca. Gli psichiatri fanno il loro mestiere, i sacerdoti hanno un´altra missione. Aiutano gli uomini a riconciliarsi con Dio e in questo cammino la confessione è uno strumento fondamentale. La persona che si confessa scarica pesi interiori, cerca un rapporto con il sacerdote, non è più una monade isolata. Confessarsi a un prete significa anche accettare la sua guida. Si può imparare da soli ad usare un computer, ma è impossibile diventare guida spirituale di se stessi».
Quasi tutti gli italiani si sono confessati almeno una volta. Il giorno che precedeva la prima comunione c´era l´incontro con il parroco o il cappellano. C´era tensione come a un esame. «Cosa ti ha chiesto? Che penitenza ti ha dato?». Recita dell´Atto di dolore, poi qualche Pater Noster o Ave Maria in ginocchio. «La confessione è fra i primi sacramenti che si ricevono – dice Franco Garelli, preside di Scienze politiche a Torino e docente di sociologia della religione – ed è anche fra i primi a scomparire. Un´ampia fetta di popolo che si dichiara cattolico e si ritiene ancora tale l´ha già abbandonata. Parliamo di quell´80% della popolazione che si dice cattolica ma non è praticante. Persone che continuano ad andare in chiesa saltuariamente, per un battesimo, un matrimonio, un funerale ma che non si avvicina più a un confessionale. "Confessarsi almeno una volta all´anno, a Pasqua", è un invito ormai senza risposta. E giorni prima di Pasqua i sacerdoti si preparano, sono pronti nei confessionali. Io li ho visti, in vana attesa, e mi sono chiesto: che sia scomparso il senso del peccato? Forse è così. Di certo, c´è quella che si può chiamare individualizzazione della fede. Tanti oggi ritengono di potersela vedere con Dio direttamente, e in questa fede fai da te c´è spazio anche per l´auto assoluzione. Il motivo è questo: si pensa al peccato solo verso gli altri e c´è meno l´idea di un peccato verso Dio».
L´abbandono del confessionale è provocato anche da sacerdoti che hanno perso un certo carisma. «Perché – si chiedono in tanti – io devo confessarmi davanti a un altro uomo? La confessione – dice il professor Franco Garelli – è stata colpita al cuore da chi, per decenni, l´ha trasformata in un arido racconto di peccati. L´uomo che si inginocchia in un confessionale avrebbe bisogno invece di un sacerdote preparato e capace di capire il mondo di oggi. Un prete che non è lì ad accettare il tuo elenco della spesa ma è in grado di proporsi come una vera e riconosciuta guida spirituale».
Nel suo convento di Rovereto, padre Enzo Redolfi continua a passare ore ed ore senza vedere un fedele dietro la grata. «Ma bisogna essere qui, quando un penitente viene a chiedere perdono. Io confesso da vent´anni e non sono in grado di fare una statistica perché sono passato da un convento all´altro e i conventi non sono parrocchie con fedeli residenti. Arriva da noi anche chi non vuole confessarsi davanti al proprio parroco, perché non gli piace o ci ha litigato. L´unico dato evidente è che sono spariti i giovani». Ci sono sacerdoti che confessano bambini e adulti fuori dal confessionale, in un banco della chiesa. «Io resto fedele alla tradizione. Il confessionale garantisce il segreto e il silenzio. Io resto qui ad aspettare e mi sento davvero utile. Chi altri può offrire luce, certezze, consigli, coraggio e consolazione?».

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