La finzione democratica

Gustavo Zagrebelsky recensisce due libri sul tema molto attuale dell’involuzione della democrazia di Giovanni Sartori e di Massimo Salvadori. Da La Repubblica.
 
VENERDÌ, 19 GIUGNO 2009
La finzione democratica
 
 
 
 
GUSTAVO ZAGREBELSKY

Due libri, or ora pubblicati, ci mettono di fronte alle profonde contraddizioni politiche del nostro tempo, che si esprimono con due ossimori, cioè con un aggettivo che smentisce il sostantivo cui si accompagna (fuoco amico, bomba intelligente…).
Giovanni Sartori (in Il sultanato) parla di "costituzione incostituzionale" (i costituzionalisti dicono: costituzione senza costituzionalismo). Massimo Salvadori, già nel titolo del suo libro (dedicato allo stesso Sartori), parla di Democrazie senza democrazia (entrambi i libri sono usciti per gli Editori Laterza).
Forse davvero questo è il tempo degli ossimori, cioè della realtà, espressa dagli aggettivi, distinta dal sogno, espresso dal sostantivo. È il tempo dell´ambiguità, dell´oscillazione, della paralisi, che impedisce di prendere posizione. Se diciamo incostituzionale, subito, come nelle commedie di Aristofane dove i buoni concetti si affacciano nelle forme di belle fanciulle, si fa avanti La Costituzione; se diciamo a- o anti-democratico, subito entra in scena La Democrazia a smentirci e a tenerci su di morale. E lo stesso al contrario: se diciamo costituzione, subito pensiamo all´incostituzionale; se diciamo democrazia, subito pensiamo all´antidemocrazia per deprimerci nel morale.
E´ la condizione del nostro tempo, alla quale siamo inchiodati. Non osiamo dire apertamente: la costituzione, la democrazia non ci sono più, perché abbiamo paura che cada la maschera, una maschera che conta poco, ma pur sempre qualcosa, quantomeno per la nostra rassicurazione e per la nostra speranza che non tutto ciò che di buono contengono quelle parole è andato perduto e che domani, forse, potrà essere diverso.
Sartori introduce il suo discorso con una cautela: non parlare di dittatura a vanvera. "Proprio e anche perché le vere dittature sono, quando davvero ci sono, regimi orrendi, il termine va usato con cognizione di causa". Benissimo. Poi, però, si parla della strategia odierna di conquista delle democrazie, una strategia che produce "costituzioni incostituzionali" attraverso l´eliminazione, dall´interno e senza dare nell´occhio, delle strutture di garanzia: la separazione dei poteri, i controlli giuridici e politici. "Nessuno si dichiara dittatore. Tutti fanno finta di essere democratici. Ma non lo sono", perché l´erosione della costituzione come garanzia ne consente un esercizio concentrato e illimitato. La legge non serve contro le prepotenze, ma diventa essa stessa prepotenza. Rex facit legem, secondo il motto del despota; non (più) lex facit regem, secondo il motto del costituzionalismo.
Noi comprendiamo facilmente la specifica direzione polemica di queste proposizioni astratte, resa palese già nel titolo del libro, Il sultanato. Tuttavia, in un luogo, il discorso si allarga a un certo modo di concepire la democrazia in Italia, nei tempi recenti, là dove si parla di un "berlusco-prodismo" – forse, nell´omologazione, facendo qualche torto all´archetipo secondo – come di un regime che vuolsi ridurre a competizione a due, dove la politica si personalizza e si de-istituzionalizza, riducendo i cittadini a massa mossa demagogicamente.
Le considerazioni di Sartori sono univoche nel condurci a pensare che la contesa, sul terreno della demagogia, non può avere storia. Non solo Berlusconi non ha rivali nel sapersi indirizzare al (suo) popolo e a interpretare le pulsioni elementari con argomenti e atteggiamenti esemplari, idonei a metterlo in movimento al suo seguito, ma dispone anche di strumenti persuasivi che nessuno può neanche lontanamente sognarsi.
Non solo non ci sarebbe storia ed è dunque stolto accettare una competizione su questo terreno. Sarebbe anche una politica solo apparentemente democratica, se per democrazia s´intende, senza tante complicazioni, il sistema di governo, fondato sul libero consenso, in cui il potere "viene dal basso" e in qualche modo condiziona attivamente coloro che temporaneamente lo detengono. Sono finte democrazie i «governi a legittimazione popolare passiva» (definizione di Salvadori), i regimi dove il potere procede dall´alto e condiziona coloro che sono chiamati, dal basso, ad acconsentire. Una formula politica del fascismo suonava così: il potere scende dall´alto, dove più ampia è la visione delle cose, ed è acconsentito dal basso, dove è più gretta e ristretta.
Questo rovesciamento, pur nel rispetto formale della costituzione – la "costituzione incostituzionale" – deriva da una ragione profonda, anzi profondissima, quella che riduttivamente si denomina conflitto d´interessi, cui è dedicato il saggio che chiude il volume. Qualunque grande concentrazione di potere economico, che necessariamente travalica nella cultura e nella comunicazione, quando si trasferisce nella politica, inevitabilmente altera le condizioni della libera competizione in questa sfera. E la politica, a sua volta, altererà la competizione economica e attenterà alla libertà della cultura.
La critica sferzante ai flebili tentativi di correggere quest´aberrante commistione – la "legge Frattini" o l´idea di un blind trust che, nelle condizioni italiane non sarebbe affatto blind – conduce per mano entro la causa prima delle difficoltà della nostra democrazia, una difficoltà che si potrà pensare di affrontare efficacemente solo incidendo sulla radice, la pervasiva presenza di un potere assorbente che non sapremmo dire se politico, economico o culturale o, forse, tutte e tre queste cose insieme.
La riflessione di Salvadori si allarga alla crisi mondiale delle democrazie, di cui la crisi italiana è solo un modesto esempio, alquanto grottesco. A fronte del trionfalismo democratico (la democrazia come "concetto idolatrico", nel cui nome si fanno guerre imperialistiche) sta la realtà del suo svuotamento a opera di oligarchie che operano senza limiti e controlli su scala mondiale. Ciò cui assistiamo è una nuova forma della "ferrea legge delle oligarchie": le organizzazioni dei grandi numeri, come sono le democrazie, producono piccoli numeri di persone organizzate.
Oligarchia democratica: un altro ossimoro non è un ossimoro. Se, nella preistoria della democrazia, si trattava di funzionari di partito, di boss politici, di società più o meno segrete, nazionali e sovranazionali, oggi si tratta di oligarchie economiche senza confini, che si aggregano, disgregano, combattono fuori delle forme che la democrazia si è date nei confini degli stati nazionali. Per questi potentati, gli stati e il potere che essi possono esercitare sulle loro popolazioni, diventano pedine della loro lotta per la supremazia, da acquisire o acquistare alla propria parte, cui si consente, al massimo di essere «amministratori locali» di poteri che li sovrastano.
Un concetto importante nell´analisi di Salvadori è quello di "post-democrazia" (Colin Crouch), un regime (la democrazia) che «non ha tenuto il passo con la corsa del capitalismo alla globalizzazione». Eccone i segni: le competizioni elettorali controllate da professionisti esperti nelle tecniche di persuasione, i cittadini ridotti all´acquiescenza, la politica decisa tra governi eletti ed élite economiche, strapotere delle lobby, disuguaglianze sociali crescenti e riduzione delle politiche sociali a misure di ordine pubblico. La post-democrazia è questo regime delle oligarchie del denaro, che possono comprare il consenso o, in mancanza, possono reprimere il dissenso, anche con l´uso della forza e perfino della guerra.
Un quadro apocalittico? L´ultimo capitolo è uno sguardo sul futuro che sembra potersi aprire alla speranza. Si tratta dell´elezione di Barack Obama alla guida della più grande e potente democrazia del pianeta, spiegata come rigetto della politica senza freni delle oligarchie economiche, di cui la crisi finanziaria che quell´elezione ha accompagnato sarebbe stata un fattore decisivo. Si tratta di vedere, dice Salvadori, se ne verrà un risanamento anche democratico, inteso come tentativo efficace d´inversione del rapporto di potere tra gli interessi delle oligarchie economiche, predominanti durante l´amministrazione precedente, e le forze legittimate da un voto popolare, emancipate politicamente.
Mettiamo insieme le riflessioni di Sartori e Salvadori sull´involuzione oligarchica della democrazia. Ne viene l´indicazione per una definizione realistica: non il regime utopistico dove governa il popolo ma, almeno, dove i cittadini dispongono di strumenti e li usano per combattere i suoi parassiti che, dall´interno, ne svuotano le forme dal contenuto.
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