Il clima e i marziani

Un paio di giorni fa pensavo al fatto che una mezza verità a volte pesa più di una menzogna. Mi riferisco a quando, in risposta alla contrarietà espressa da molti esponenti Europei al rinvio dell’attuazione dei provvedimenti per gli accordi di Kioto proposto dall’Italia, il nostro Premier ha affermato candidamente che la posizione italiana era condivisa da 9 paesi europei: tranquilli allora?… Sì ma quali paesi europei? La Polonia, la Slovacchia, l’Ungheria, la Bulgaria… anche questa è Europa, certo, ma se a caldeggiare gli accordi di Kioto sono paesi fondamentali come la Francia, la Germania o la Gran Bretagna, la difesa avrebbe avuto un senso ben maggiore. In questo caso  è solo una mezza verità di comodo. Sappiamo tutti che i paesi citati appartengono all’Europa orientale che solo adesso stanno sviluppando le loro economie ex disastrate. È quindi giustificabile il fatto che questi paesi non vogliano appesantire il loro sistema economico con costi troppo onerosi. Ma l’Italia? Ex miracolo Economico, ex quinta potenza mondiale, che ha sempre sbandierato la sua fedeltà all’Europa unita?… È inutile nascondersi dietro un dito: si sa che l’Italia è rimasta indietro nell’attuazione degli accordi di Kioto e quindi a nulla valgono questi pretesti, finiremo dietro la lavagna.
Forza Italia! Cerca almeno di mantenerti in serie B.
Per rifarsi la bocca, ecco un articolo molto efficace sulla Stampa di oggi in occasione dell’inaugurazione del Salone del Gusto di Torino. È qui che si evoca un marziano.
 
23 Ottobre 2008
Oscar Farinetti
IL CIBO AL TEMPO DELLA CRISI
In questi giorni mi capita spesso di immaginare un marziano di buon senso che arriva sulla Terra e si mette a osservare la civiltà degli umani. Me lo immagino
verde e piccolino, libero da tabù e preconcetti. Che cosa pensa, osservandoci, di noi? Vede banche e banchieri guadagnare più soldi di chi crea prodotti
(beh, almeno fino a qualche settimana fa…). Vede architetti che costruiscono «contenitori» diventare più ricchi e famosi di chi, questi contenitori, li
riempie di contenuti. Visita camere d’albergo più belle e confortevoli delle stanze d’ospedale. Ma soprattutto vede che nessuno di noi batte ciglio quando
deve spendere 24 euro al giorno per lasciare l’automobile nel parcheggio di un aeroporto, però si scatena di rabbia se il prezzo di una zucchina sale di
un paio di centesimi al chilo.
Il marziano va avanti e indaga. Scopre che gli umani conoscono perfettamente i nuovi modelli di automobile, le griffe, gli ultimi trend in fatto di telefonini.
E – in barba alla crisi – s’indebitano pur di imbellettarsi di cose che restano fuori dal loro corpo.
Mentre, nell’elenco delle priorità, manca la voce più importante: il motore che li fa vivere e muovere, il cibo. Non che non mangino, sia chiaro. Solo
che i più mangiano inconsapevolmente. Comprano carni ingozzate di estrogeni (avete mai provato a leggere l’etichetta su una qualunque confezione di carne
bovina di un supermercato qualunque? Dice: nato e allevato in Francia. Bella forza: in Francia, con gli estrogeni, sono più lassisti di noi). Vogliono
avere le ciliegie a Natale, quando le ciliegie maturano in estate. E poi i kiwi, che arrivano tra novembre e marzo, se li mangiano solo da giugno in poi.
Per tacere della moda delle estivissime spremute d’arancia, che a luglio proprio non dovrebbero esserci; mentre in Sicilia, a tonnellate, in inverno, se
ne vanno al macero in un’ecatombe di vitamine e bontà.
Il marziano indagatore scopre quindi che, in Italia, le ciliegie di dicembre arrivano dalla Tasmania: un disastro di anidride carbonica per trasportarle
dall’altra parte del mondo. E lo stesso per i frutti di bosco, che volano fuori stagione dalla Nuova Zelanda fino alle nostre tavole. E quando legge che
Sarkozy ha dichiarato che «abbandonare il pacchetto di misure per ridurre le emissioni inquinanti sarebbe drammatico e irresponsabile» gli viene voglia
di scoprire che cosa il Presidente francese si è mangiato l’altra sera per dessert.
Un recente studio – legge il marziano – dice che gli italiani investono (è proprio il caso di dirlo: investire è anche – se non soprattutto – farlo in
salute e ambiente) poco meno del 25% della loro capacità di spesa in cibo. E, da buonsensista, si chiede: non sarebbe meglio risparmiare su altri beni
di consumo che, in fin dei conti, sono inutili e scioccamente superflui? Buonsensista ma non ingenuo: cerca allora di buttar già la sua ricetta del cibo
al tempo della crisi. E si accorge che è qui, a portata di mano. Soprattutto in un Paese, come l’Italia, che ha la fortuna di avere una forbice climatica
unica al mondo, tale che frutta e verdura sono disponibili in grandi quantità e per lunghi mesi dell’anno. Mica siamo in Svezia con il sole a mezzanotte;
e allora perché non giocarci questa carta straordinaria?
Il problema vero è che troppa gente non sa. Manca l’informazione e la didattica. Ben venga allora una manifestazione come il Salone del Gusto, che si inaugura
oggi al Lingotto di Torino: un modo per ricordare che il cibo buono-pulito-giusto non è una velleità da visionari. È un abito che chiunque può indossare
quotidianamente: risparmiando, guadagnandone in salute e nel portafogli. Bastano pochi accorgimenti: filiera corta, per esempio. Prodotti di stagione e
del territorio. Si eviterebbero tanti Tir in giro, si darebbe finalmente dignità e il giusto guadagno a produttori, contadini, allevatori che – in un’economia
ormai non più reale, ma che vegeta allo stato gassoso – non sanno mai, a priori, quanto il frutto del loro lavoro sarà pagato. C’è poi da da stupirsi se,
a qualcuno, viene la tentazione di fare una puntura al suo vitellino o di spruzzare anticrittogamici perché la sua mela abbia una faccia rossa e liscia
come quella avvelenata di Biancaneve?
Attenzione, però, all’integralismo. Perché prodotti del territorio – e quindi a chilometri zero – non diventino un’autarchia, brutta parola di ancor più
brutte memorie. Nessuno – nemmeno il marziano – è così demagogicamente ingenuo da credere che si possa fermare la libera circolazione delle merci, né così
frugale da non desiderare, ogni tanto, qualche esotica leccornia. Le banane sono buone, il caffè arriva da lontano, il cacao anche. Ma anche qui esiste
il modo per godersi i piaceri e fare – insieme – la cosa giusta. Ed è quello che – nel Salone del Gusto – insegna Terra Madre. Bypassare le multinazionali,
trovare mercanti (importatori, intermediari) virtuosi che vadano ad approvvigionarsi direttamente laggiù – nelle terre del Guatemala, ad esempio, dove
il caffè arabico delle montagne è tra i più buoni del mondo – pagando il giusto ai campesinos che lo producono. E, perché no?, guadagnandoci anche. Non
serve disegnare un’utopia. Bastano conoscenza, informazione, didattica. E un po’ di pigrizia in meno. Perché nella trinità della filiera corta (produttore,
mercante, consumatore) onori e oneri vanno spartiti fra tutti. E anche da parte dei consumatori uno sforzo in più non guasta: saranno i primi a guadagnarne.
 
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